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sabato, 27 ottobre 2007
 

UNA VITA

Ero stata una Br della prima ora. Il primo processo l’avevo avuto a Torino con il primo gruppo, ero stata infamata, così si diceva, da Pisetta, che abitava nella mia casa di Milano. Lui era uno dei Gap, zona di Trento. E quando c’è stato l’avvicinamento fra Gap e Brigate Rosse, lui era venuto a Milano e io, che nel frattempo ero andata a stare a Torino, gli diedi casa mia. Mi sono bruciata lì la prima volta, nel ’72, a 22 anni. A quei tempi “con la giustizia non si poteva trattare” e lì ebbi i primi casini con le Br, che mi espulsero perché invece avevo accettato di presentarmi davanti al giudice. Non ero pronta, non avevo voglia di andare in clandestinità. Nel ‘73 fui assunta al Policlinico di Milano e lì nacque un’esperienza collettiva che ebbe poi un’importanza enorme sia nelle lotte degli ospedalieri che in quelle del movimento. In quegli anni la lotta armata aveva preso piede. Io, tuttavia, dall’interno del movimento, ero abbastanza contraria a un discorso di organizzazioni armate. Una prospettiva di lotta armata doveva partire dal basso, e il movimento non doveva essere solo la sacca per reclutare. Noi eravamo per le manifestazioni dure, il rifiuto delle mediazioni con la direzione e con l’amministrazione dell’ospedale, il rifiuto della delega, eravamo contro i capi e contro le gerarchie. Fummo tutti espulsi dalla Cgil perché la nostra radicalità escludeva ogni forma di mediazione. Mi sembra di ricordare che il sindacalista degli ospedalieri della Cgil nella prima metà degli anni ‘70 fosse Giuliani, il padre del ragazzo morto, persona bravissima. Ho attraversato tutto il movimento di autonomia operaia, dalla seconda metà degli anni ‘70 fino a quando fummo tutti licenziati o sospesi dal Policlinico. Io fui arrestata per oltraggio a pubblico ufficiale perché avevo chiamato Fara “barone della diossina”. In quell’occasione persi anche un figlio. Reagii con grande rabbia. A posteriori uno dei miei ragionamenti è stato che se fossi riuscita a fare un figlio, forse non avrei portato all’estremo le scelte. Quel che è certo è che avevo cercato con tutte le forze di fare un figlio. Tra i 23 e i 30 anni ho avuto 5 gravidanze interrotte. Vuoi sapere del padre? E’ sempre quello, quello che è il padre anche del figlio che, alla fine, ho avuto. Ma quando scelsi la lotta armata ruppi anche con lui, il mio compagno di sempre. Lui diceva, e aveva ragione, che la mia era una scelta di amicizia. Nel senso che avevo un legame molto forte con alcune compagne del collettivo del Policlinico, Donatella e Fred, ed era una scelta che avevamo portato all’estremo tutte e 3. [Grazia Grena, su Una città di settembre 2003]
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ERRATA CORRIGE

Nel mese di giugno 1969 a Milano. alcuni militanti di due gruppi della sinistra extra-parlamentare vengono avvicinati da Giulio Seniga, l'ex-segretario di Pietro Secchia che nel 1949 fuggì in Svizzera con dei documenti e la cassa del PCI e che oggi è notoriamente legato al PSU ed in particolare ad uno dei componenti dei suo ufficio esteri, di cui sono noti i rapporti con l'amministrazione Nixon. Seniga offre denaro che però viene rifiutato. [AA.VV., La strage di Stato, Sam. Savelli 1970, cap. V] Questo riferimento a Giulio Seniga non appare affatto convincente. Peraltro Seniga, dopo una iniziale incertezza, scelse il PSI e non il PSU. Inoltre Seniga ci ha fatto sapere di essere estraneo all'episodio e di non querelare La strage di Stato per non affiancarsi alla campagna contro di essa. Ne prendiamo volentieri atto. Ciò non vuol dire naturalmente, che rinunciamo a criticare il comportamento di Seniga nei confronti della sinistra extraparlamentare, documentato in suoi recentissimi scritti, anche sulle colonne dell'Avanti! [nota inserita da G. De Palo e A. Giannuli nell’edizione del 1989, Ed. Associate]
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CONFLITTO D'INTERPRETAZIONI

Alle "domande che brutalmente ci pongono i giovani, 'perché non siete andati più avanti nel '45'", Longo e Secchia da una parte, Amendola dall'altra rispondevano in modo diverso. Tutti e tre respingevano concordemente le accuse dei "piagnoni" coltivatori della "teoria delle 'occasioni perdute', secondo la quale il responsabile principale, se non unico, dei mancati sviluppi rivoluzionari, sarebbe il PCI" a causa del suo compromesso istituzionale. Ma i primi due facevano intendere di essere stati fermati non solo dai partiti moderati e conservatori, oltre che dall'occupazione alleata, ma soprattutto dal clima ministerialista subentrato, a liberazione avvenuta, al vento rivoluzionario che spirava nel Nord del triangolo industriale. Amendola invece ribadiva: "È nei limiti storici dell'antifascismo italiano, e nelle profondità delle radici fasciste, che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla 'continuità' dello Stato di resistere. Il fascismo non fu una malattia passeggera ma lo sbocco della storia italiana", di tutto un passato (ritardata unità nazionale, oppressione straniera, potere temporale dei papi, arretratezza dell'aristocrazia, ignoranza di enormi masse contadine, servilismo della piccola borghesia). Da qui la parziale accettazione del lavoro di De Felice, e la denuncia del ritardo nello studiare perfino "l'adesione al regime di Salò, e le sue molteplici e anche contrastanti motivazioni". Da qui anche la crudezza con cui nel ‘72 Amendola metteva il dito sulle responsabilità oggettive e soggettive di quanti avrebbero dovuto opporsi all'avvento del fascismo e sulla facilità della vittoria di quest'ultimo. L'avvento del fascismo non era quindi addebitabile solo alla violenza squadrista, appoggiata dai "gruppi più reazionari del capitalismo italiano" con la connivenza regia, come dettava l'antica vulgata. Questa era stata ripresa appena l'anno precedente da Secchia in uno di quei suoi ambigui scritti divulgativi con cui - insieme con Giangiacomo Feltrinelli - alimentò di fatto la diffusione fra i giovani degli anni ‘70 di una visione della lotta al fascismo risorgente come scontro violento, al quale occorreva essere preparati anche tecnicamente. [Gianfranco Petrillo, su "L'impegno", a. XXI, n. 1, aprile 2001]
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venerdì, 26 ottobre 2007
 

RIABILITAZIONE POSTUMA

Non bisogna dimenticare che la Cia nasce in Europa come Oss, cioè come il servizio democratico che tiene i collegamenti con i partigiani durante la guerra, che aiuta le resistenze. Subito dopo la guerra diventa una vera e propria agenzia che punta molto a sollecitare la cultura democratica non comunista europea. L’idea era quella che solo un anticomunismo sorretto da una forte cultura democratica avrebbe avuto qualche possibilità di successo nella competizione coi comunisti. E questa è inizialmente tutta la scommessa del Congresso per la libertà della cultura. Se si vanno a vedere le personalità, se si vanno a leggere i numeri delle riviste, Tempo presente in Italia, Preuves in Francia, Encounter in Gran Bretagna, troviamo il fior fiore degli intellettuali dell’epoca. Di fatto però la polemica della sinistra, del Partito comunista e dei comunisti in generale, nei confronti di tutti quelli che non si schieravano al loro fianco, era sempre totale. Se uno difendeva l’America, anche se dal punto di vista della sua parte liberal e democratica, era automaticamente un maccartista. Tra l’altro quando si scopre che la Cia ha pagato queste riviste siamo nel 1968 e negli Stati Uniti la polemica della nuova sinistra contro la vecchia sinistra, rimasta tardo-comunista o del tutto schierata con l’establishment, ha una qualche ragione. Pensiamo alle vicende dei trotzkisti. D’altra parte la Cia cercò anche, di fronte a un tipo di pittura che in Europa era ancora di tipo realista figurativa, di portare l’unico elemento di avanguardia, di novità che avrebbe potuto scuotere ed egemonizzare il mondo dell’arte, che era quello dell’espressionismo astratto. Certo, se uno si immagina la Cia come un covo di reazionari fa fatica a credere che sponsorizzassero Pollock e così via. [Marcello Flores, su Unacittà di agosto-settembre 2005]
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E UNO

Dan Mitrione, agente dell’imperialismo USA, spia, torturatore, istruttore delle polizie sudamericane, consigliere dei corpi speciali di repressione dei movimenti rivoluzionari. Finalmente giustiziato dal movimento di liberazione nazionale “Tupamaros” dopo essere stato giudicato colpevole da un tribunale popolare rivoluzionario. L’attività dei Tupamaros, dicono molti bempensanti di sinistra, è di tipo avventurista e militarista. In realtà si sa che essi sono ben lontani dal considerare la guerriglia urbana come fine a se stessa, privilegiandone gli aspetti tecnico-militari. Al contrario, la loro attività militare si collega strettamente con la militanza politica, con le lotte operaie e studentesche. Sono radicati tra le masse. Si sono sempre preoccupati che le loro azioni avessero un significato politico rivoluzionario chiaro ed evidente per tutti. La cosa che più colpisce nei Tupamaros è questa loro chiarezza sulla necessità della violenza rivoluzionaria, sul suo uso politico, sui suoi diversi modi e livelli. La violenza repressiva del nemico non ha trovato e non troverà impreparati i Tupamaros. E’ un problema, questo, che ogni militante, di ogni parte del mondo, deve sempre aver presente e saper affrontare. [E UNO..., su "LC" del 2 settembre 1969. – Di spalla, il primo articolo di Giovanni De Luna, su Agostino 'o pazzo, conclude con: "Quei proletari che per 3 notti hanno tenuto in scacco polizia e carabinieri presto troveranno ben altri obiettivi per cui insorgere e per cui lottare."]
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LORENA SOFRI

Chi lo conosce ha il diritto di credere che Marino, il suo accusatore sia un personaggio che ha trovato nella legge sui pentiti il suo autore. Quando ho sentito dell’arresto di Adriano Sofri, ho subito pensato: se è davvero colpevole, appena davanti ai giudici confesserà. E non che il fatto che non abbia confessato assuma per me piena convinzione di innocenza; ma è un elemento di intuizione, di impressione, cui altri, più razionali, si aggiungono. Io non ho conosciuto Sofri negli anni ruggenti intorno al ’68. L’ho conosciuto dieci anni dopo. E mi è parso, di fronte alla vita, di fronte ai libri, nei rapporti umani, un uomo “religioso”. Davvero era tanto diverso prima? Non riesco a crederlo. Io ho avuto un amico, che è stato anche amico di Vitaliano Brancati e di cui Brancati, dandogli altro nome, parla in un racconto, che per la sua idea e il suo sentimento della rivoluzione, specialmente negli anni del fascismo, avrebbe incendiato il mondo, ma non c’era persona, comunque la pensasse, che non fosse degna del suo rispetto. Così mi pare Sofri. [Sciascia, sul Corriere del 28 agosto 1988] Amico, anzi "fratello d'oro" di Cannata, era il giovane avvocato Edoardo Lorena, discendente di una famiglia di uomini politici molto rinomati nell'Isola, già tenente di cavalleria e anche lui, come il nonno e lo zio, "uomo di sinistra". Violento e buono nello stesso tempo, dopo aver condannato l'universo a una totale distruzione, venendo ai particolari, non sapeva più trovare, nemmeno fra i nemici più accaniti, un solo uomo non degno di ammirazione. Per una intesa, che tutti ormai conoscevano, lr persone ammirevoli eran chiamate da lui "belle", e le più ammirevoli fra le ammirevoli adddirittura "zii" e "zie". C'era zio Mazzini; poi c'era zio de Sanctis; e giù giù si arrivava a zio Luigi e zio Corrado, che erano il farmacista e il medico condotto di Nissa, "belli" anche loro perché sapevano ripetere correttamente a memoria talune frasi di testamenti politici. Cannata e Lorena credevano di somigliarsi, e si abbracciavano ogni momento per questo. Ma in realtà erano assai diversi. L'uno non sapeva pensar nulla senza la premessa: "Dio dice...". Ed era un cervello del tutto metafisico. L'altro, invece, non sapeva veder nulla, nemmeno il tacco lasciato da una scarpa vecchia per la strada, senza unirlo con la mente a tutti i tacchi e le scarpe del mondo, e questi a tutto il commercio e il lavoro del mondo, e questi ultimi a "tutta l'organizzazione del lavoro e del commercio del mondo". Era, insomma, un cervello del tutto politico. Parlavano ambedue di continuo, ma Cannata non pronunciava a voce alta che pensieri filosofici, lasciando nel più perfetto silenzio i bisogni della sua vita intima (aveva passato un inverno intero col desiderio, non mai espresso, di un'altra coperta sul letto), mentre Lorena non aveva vita intima, perché tutto gli scappava dalla bocca con gran rumore. [Brancati, Sogno di un valzer, Caltanisetta 1938]
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IL CANZONIERE

Assieme al Potere Operaio pisano nasceva il Canzoniere Pisano. Accanto a Sofri, a Cazzaniga, a Della Mea, a Luperini ed agli altri innumerevoli eroi di allora - che usavano alla grande la penna e la parola - ci trovammo d'un tratto, noi del Canzoniere, a scrivere e a cantare l'unica rivoluzione culturale vera e riuscita del '900. L’intervento davanti alle fabbriche (la Piaggio, la Olivetti di Massa, la Saint Gobain, la Fiat di Marina) fornisce militanti operai e storie di operai. Il frutto del lavoro politico del Potere Operaio pisano (la saldatura tra operai e studenti, a Pisa già operante), porta subito alle lotte, agli scioperi spontanei, agli scontri con la polizia, nel ’68 il “15 Ottobre, alla Saint Gobain” (su cui scrisse una bellissima canzone Alfredo Bandelli). Storie di operai, e di lotte operaie, divennero il pane quotidiano di noi compositori già dal ’67, anno in cui uscì il nostro primo disco: ’Canzoni per il Potere Operaio’, appunto, per i Dischi del Sole. Ma è’ con il ’68, con quell’anno magnifico di lotta generale (e di generale entusiasmo e contentezza), che il movimento riesce infine a deglutire il groppo per la scomparsa del comandante Che Guevara. La ballata della Bussola, che ventiduenne, nascosto, latitante nei giorni appena dopo i fatti, scrivevo in rima, è la storia di un conto in sospeso - tra il potere e noi - di cui, quella notte di Capodanno, (l’ultima notte del ’68), abbiamo pagato la prima rata. Che non fossimo simpatici al padronato (ed ai suoi - nei secoli fedeli - difensori) era chiaro e dovunque risaputo, ma che quella sera ci avrebbero sparato addosso (a noi giovani armati solo di uova e pomodori come giorni prima, a Milano, gli studenti alla inaugurazione della Scala) non lo potevamo ancora sospettare: fu quella, invece, per tutti noi la prima volta. A dire il vero però, anche stavolta Adriano, ‘il Sofri’, intuì, ma in estremis, cosa sarebbe accaduto. Lo incontrai al mattino, solo, in piazza Garibaldi (che era allora la ‘nostra’ piazza) e forse era stata la notte a portargli consiglio. Infatti, espletate le formalità di rito, non note agli altri, di ogni nostro isolato incontro (che consistevano nel domandarmi “Quanti soldi hai?” al che io rispondevo, di solito, “Forse duemila lire” e lui “Io invece ne ho ottomila, quindi... otto e due dieci, sono cinquemila per uno! Sennò che compagni siamo?”), quella mattina (ancor soli, eravamo ora fermi all’imbocco del Ponte), guardandomi improvviso negli occhi aggiunse: ”Ma tu credi che dobbiamo andarci davvero, stasera, alla Bussola?” Ed io subito, di rimando, senza pensare: ”Lo chiedi ora che tutto è predisposto, comprese uova e pomodori? Ora che i manifesti sono affissi? La gente pronta?” E lui: ”Vero, ma adesso ho un dubbio. Sarà rischioso perché, vista da loro, è una buona occasione. Sono molto arrabbiati con noi, potrebbero spararci addosso!” Sospiro in silenzio, per la sorpresa, poi gli dico: ”Spero proprio di no, comunque stanno sparando a tutti: dall’America all’Indocina, dall’Angola alla Palestina! Noi lo sappiamo e abbiamo fatto una scelta rischiosa. Ora non ci possiamo tirare indietro!”. Questo dissi, Adriano non aggiunse altro, la sera andammo. [Pino Masi, www.repubblicapisana.it]
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venerdì, 19 ottobre 2007
 

COUP DE MOT

La parola "ideologia" fu coniata da Destutt de Tracy (Ideologie, 1801) per indicare "l’analisi delle sensazioni e delle idee". Poiché alcuni "ideologues" gli si opposero, Napoleone usò il termine in modo dispregiativo per indicare i “dottrinari”, coloro i quali avevano poco contatto con la realtà e poco senso politico.
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PRO TOTO

La sin troppo famosa affermazione: “I proletari riconoscono in questo atto il loro senso di giustizia”, che non è una rivendicazione, come alcuni hanno sostenuto, ma una legittimazione, è anche l’appropriazione privata di una classe sociale, o del suo pensiero. In quei mesi lì il quotidiano LC diceva sempre “i proletari” per indicare se stesso, e questo è molto totalitario. [Francesco Ciafaloni, su Unacittà di marzo 2007]
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LUIGI MANCONI

Ovviamente ci sono molte politiche, ma tra le 2 o 3 degne e realizzabili una certamente è quella di partire dal caso singolo, dal nome e cognome. E’ una teoria di nomi e cognomi, che accompagna tutta la mia attività e sembra addirittura prevalere sui temi e sugli obiettivi. L’ipotesi è che nessuna questione possa essere adeguatamente tematizzata - proposta all’opinione pubblica e alla sfera politica, tradotta in iniziativa parlamentare, articolata in vertenza e in conflitto -come quando si “incarna” in una persona, appunto, in carne e ossa, in una vicenda biografica, in una faccia. Un metodo, dunque, costantemente (forse ossessivamente) induttivo, che parte da un “caso singolo” e da una “storia” per arrivare alla contraddizione sociale e al tema generale. In altri termini, ho cercato di soggettivare i conflitti politici e di politicizzare le questioni di vita. Non spetta a me dare un giudizio sui risultati ottenuti. Credo però sia un buon metodo. [Unacittà, maggio 2007]
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